Un incontro straordinario

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Nei giorni scorsi ho incontrato a Torino mons. Italo Ruffino, che con i suoi 100 anni compiuti lo scorso agosto è il decano del clero torinese.

E’ certamente cosa straordinaria incontrare un centenario dotato di incredibile vitalità e lucidità, ma non è di questa straordinarietà che voglio parlare ma di un’altra che ancora più mi ha colpito.

E’ necessaria una breve premessa: mons. Ruffino fu cappellano militare nella campagna di Russia al Comando della Divisione Torino: lui curava le anime sofferenti per gli orrori della guerra e per la lontananza da casa, mio padre – ufficiale medico nella stessa Divisione- curava i corpi martoriati dalle pallottole e dal gelo. Non si conobbero, anche perché mons. Ruffino vi arrivò un mese prima per la tragica ritirata del dicembre 1942- gennaio 1943, che egli visse passo dopo passo coi fanti rimasti accerchiati. Ne ritornò con qualche amputazione alle falangi dei piedi rimasti congelati e frizioni alle mani oggi ritornate, ma arricchito di un’esperienza di condivisione delle sofferenze umane in condizioni estreme, che diede un’impronta indelebile alla sua successiva attività pastorale.

Leggendo quanto ha scritto dopo 70 anni nel suo “Bianco, rosso e grigioverde- Un cappellano militare: tre mesi in Russia e venti mesi in attesa della Liberazione ”, il pensiero è andato subito a un altro libro di memorie di quegli avvenimenti, “La Croce sui girasoli” scritto dal nostro Vescovo mons. Aldo Del Monte , pure lui cappellano in Russia (ebbero modo là di incontrarsi) : esperienze molto simili, di sacerdoti che hanno scelto di testimoniare la presenza di Gesù Cristo accanto ai fratelli immersi nell’orrore della guerra e di essere così testimoni credibili di fede, speranza e carità. In un passo del libro citato di mons. Ruffino c’è scritto: “ Noi dobbiamo saper morire qui con loro, con i nostri soldati; solo così capiranno che li amiamo”. E con mons. Ruffino e mons. Del Monte ricordo anche gli altri 250 cappellani – come citato nel libro- che hanno rifiutato quasi tutti l’avvicendamento a cui pur avevano diritto, scegliendo consciamente di restare accanto ai militari loro affidati nelle trincee lungo il Don, nelle interminabili marce nella neve, o in prigionia nei disumani lager della Siberia. E così sarà anche dopo l’8 settembre e il disfacimento dell’esercito, con i cappellani che scelsero in massa la via dell’internamento nei lager nazisti, pur di non abbandonare “i loro soldati”, sacerdoti come “uomini della condivisione”, uomini di tutti e per tutti.

Al termine del lungo e intenso colloquio, mi hanno sorpreso alcune affermazioni fatte con tono fermo e convinto da questo sacerdote che lungo un secolo ha conosciuto tutti gli orrori e il male della vita: “Ho capito che la vita è una cosa meravigliosa! E più mi avvicino alla fine, più mi rendo conto che da qualunque istante della vita può dipendere quell’altra vita… Per me il tempo di cui godiamo è soltanto una piccola apertura nell’eternità, ogni momento un lampo di eternità che si apre…”.

Ecco vorrei che queste parole arrivassero e fossero di incoraggiamento alle persone, anche ben più giovani anagraficamente, che non aspettano più nulla o nessuno dalla vita, che pensano che oramai “i giochi sono fatti” e non vale la pena di impegnarsi , di credere, di sperare.

Paolo Jean